Carmelacromìa!

I colori di Osteria da Carmela posseggono un richiamo sacro(santo) ai colori della Madonna del Carmelo, detta Madonna Bruna, con un significato preciso:
Arancio solare aureole dorate e il fondo dell'icona = santità e sacralità
Pompeiano colore rosso della tunica sotto il manto = amore
Tufo scuro tunica color pelle di pecora del bambino e pelle della Madonna = agnello di Dio, fratellanza
Verdemare manto della Madonna = fertilità
Ogni colore è un’ispirazione, una storia, una tendenza e persino, scavando nella storia di Napoli, un’origine di un piatto e accompagnerà sempre le nostre (e le vostre) parole.
E con queste cromatiche premesse, ecco a voi...


Viaggio culinario in Casa De Filippo

Viaggio culinario in Casa De Filippo

Nel 2016 andava in ristampa, per i tipi di Guido Tommasi Editore, nella collana Parole in pentola  il libro “Si cucine cumme vogli’i’…” di Isabella Quarantotti De Filippo, un viaggio culinario e intimo nella cucina del Maestro Eduardo De Filippo di cui l’autrice fu ultima consorte.  Presentazione di Dario Fo.

Non è raro trovare negli spettacoli del maestro del teatro napoletano riferimenti al cibo: sono numerose infatti le scene che nascono e muoiono intorno alla tavola. Eduardo raccontava nelle sue commedie e nei suoi drammi stralci di vita quotidiana, dove la tavola diventa essenziale momento di convivialità attraverso cui la fabula si snoda con naturalezza e il cibo costituisce un legame che rinsalda i rapporti (veri o finti), come accade in “Le voci di dentro” oppure in “Dolore sotto chiave”. Proverbiali poi i pranzi opulenti e magistralmente organizzati come quelli in “Sabato, Domenica e Lunedì”, in “Non ti pago” e in “Napoli Milionaria”. E ancora non possiamo dimenticare Gennaro Iovine mentre addenta furtivamente i maccheroni freddi durante un’incursione aerea notturna, in una delle scene di “La Grande Magia”. Da qualunque prospettiva tragica o comica che sia,  di fronte alla tragedia della realtà, il cibo è molto di più di una magra consolazione: è una scappatoia verso un momento di piacere, per ricollocare sé stessi in rapporto agli altri, compresi quelli che, con amore, ci hanno insegnato la differenza tra nutrire e cucinare, badando ad  ogni minimo particolare, affinché quel gusto si cristallizzi in un ricordo che nulla potrà portare via.

Il libro “Si Cucine cumme vogl’ì” si apre con il grande amore di Eduardo, ‘o rrau’. La seconda parte invece è dedicata ad una piccola perla, misconosciuta ai più. Forse non tutti sanno che Eduardo era non solo grandissimo drammaturgo, ma anche scrittore e poeta. Lasciò purtroppo incompiuto il suo poemetto gastronomico, che non è né un ricettario né un libro di cucina, ma una vera e propria ode alle cose che amava di più: la cucina povera partenopea. Isabella è la testimone del grande talento di Eduardo ai fornelli, e ancora prima, come selezionatore di ingredienti freschi, dai sapori intensi, impossibili da riprodurre in qualsiasi cibo precotto. La cura che Eduardo mette nella descrizione dei suoi piatti preferiti raccontati a mo’ di versi, sono figli della cultura gastronomica popolare e tramandatagli dalla nonna materna, Concetta Termini in De Filippo, che a detta del Maestro, era la regina indiscussa su come gestire una “famiglia ricca di guai e poverissima di denaro”. È grazie a lei che già alla tenera età di 11 anni, Eduardo era perfettamente in grado di stare ai fornelli. Sembra proprio che nel processo di crescita abbia poi acquisito una particolare cura puntigliosa non solo degli ingredienti, che selezionava personalmente per i suoi piatti, ma che avesse una sorta di ritualità durante la preparazione dei piatti, che faceva riscoprire nei commensali sapori  un piacere che permetteva loro di andare molto al di là del semplice atto del nutrirsi.

Tutto il poemetto è in dialetto napoletano, e per i più scuornosi c’è anche una traduzione italiana molto fine, che accompagna il lettore pagina dopo pagina, in modo da poter gustare l’interno libretto. “Si Cucine cumme vogl’ì” si apre, come di consueto, con un antipasto a base di salumi, sott’olio e sott’aceto e si snoda tra la messa in versi di diverse tipologie di primi piatti (di mare e di terra), tutti rigorosamente preparati con i maccheroni, tanto cari a noi mangiamaccheroni. Al povero riso, tocca affrontare le rime più perniciose, i versi sono tutti uno sfottò rispetto alla cucina milanese, perché scrive Eduardo ” Nu risotto ‘ a milanese, / chin’ ‘e burro e zafferano,/ c’ ‘o furmaggio parmigiano? / A Milano ‘o ssanno fa’ […] ‘O risotto all’uso nuosto/se po’ fa’ c’ ‘a rrobb’ ‘e mare: lattarule, fasulare, /ranf’ ‘e purpe, ence hann’ ‘a sta’”. Al rrau’ ha fatto decantare a Rosa in Sabato, domenica e lunedì tutta la ricetta del Ragù e della sottile ma importantissima differenza tra carne al sugo e il ragù, mentre nel poemetto fa un guizzo, un cenno soltanto a questo importantissimo piatto partenopeo. Scrive infatti ” ‘O rrau’ nun ‘o toccammo… / Nun tuccammo chisuto tasto: songo certo ca me guasto e nce avimma ‘ntussecà”. Perché appunto, il rrau è buono, ma lo cucina come vuole lui, e ognuno ha la sua insindacabile ricetta. E poi il poemetto si arrampica tra rime concatenate, assonanze, in un climax perfetto che sembra quasi di gustarlo, tra piatti di pesce e contorni di verdura che solo a leggere fa salivare. Un’altra piccola perla di questo scrigno di poesia e gastronomia sono i versi che Eduardo De Filippo dedica ad una bevanda immancabile sulle tavole partenopee, il vino di Lettere. In “Surzèialo” il buongustaio consiglia di aromatizzare il vino con la buccia di mandarino per cinque, sette minuti, sembra che sia la panacea a tutti mali, quelli terreni e quelli dell’anima, e infatti Eduardo scrive: “e si nu dispiacere gruoss quant’ a na casa / t’ha miso dint’ ‘o core / mille spine… surzèialo chestu vino! Si ti siente sperduto… / e tu surzèialo!”.

L’ultima parte di questo libretto, ristretto ma intenso come un vero e proprio rrau’ è la parte dedicata alle ricette di famiglia, che Eduardo preparava ad amici e famigliari con tanto amore e generosità. Isabella con cura ha raccolto diverse ricette tra primi, secondi e contorni, tutti realizzati nel solco della cucina partenopea, ma con quel pizzico di genio che solo il Maestro De Filippo poteva dare ad ogni piatto. Un estro creativo che da teatro passava nelle cose di tutti i giorni, rendendo magica anche la bevanda più comune per noi partenopei, ovvero il caffè!

Vi lasciamo con i versi di Eduardo De Filippo che scrive nei confronti della trattoria, e a tal riguardo… ci sentiamo molto fortunati, perché i nostri clienti tornano sempre 😉

Si cucine cumme vogli’i’,

io te pavo cumme vuo’ tu,

ma si pavo cumme vuo’ tu, 

e nun magno cumme vogli’i’,

io te pavo cumme vuo’ tu,

ma me nn’esco e nun torno cchiù.

 


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