Di usanze e miti dimenticati, storie dell’epifania a Napoli

Si narra che solo il 6 Gennaio i Re Magi arrivarono a Betlemme e diedero i loro doni (oro, incenso e mirra) a Gesù Bambino.
I magi non riuscendo a trovare la strada per Betlemme, chiesero indicazioni ad un’anziana signora, la quale però si rifiutò di seguirli per far visita al bambin Gesù. Solo dopo che essi se ne furono andati, la vecchia signora si pentì e, per ovviare al torto, preparò ogni genere di dolcetto da portare a Gesù. Solo che, una volta messasi in viaggio, si rese conto che non riusciva a trovare la strada per Betlemme e da allora iniziò a regalare i suoi dolci ad ogni bambino incontrato nel suo peregrinare, sperando in tal modo di incontrare prima o poi il Gesù Bambino.
Se questa è la leggenda ufficiale che ha dato il via al mito della Befana, in ogni paese esso assume dei contorni propri e a Napoli non è da meno. Prima del Covid-19, le strade di Napoli erano attraversate da turisti ed abitanti, i mercatini di Natale aprivano da fine Novembre fino appunto all’Epifania. Ma c’è un mercatino, anzi un mercato che nella storia partenopea è il punto di riferimento per grandi e piccini quando si parla di feste natalizie, e nello specifico nella notte tra il 5 e il 6 Gennaio, della festa dell’Epifania: quello di piazza Mercato. Un luogo denso di storia e dove sorge la Basilica santuario di Santa Maria del Carmine Maggiore, la chiesa che viene incoronata da uno spettacolo pirotecnico davvero mozzafiato il 15 Luglio.
La stessa piazza dove si dice che Masaniello arringò il popolo per rivoltarsi contro gli spagnoli e ancora prima di lui era conosciuta e ricordata come la località in cui – nella seconda metà del ‘200 – il povero Re Corradino di Svevia perse letteralmente la testa a causa dell’infausta battaglia contro gli Angiò, che non solo ne uscirono vincitori ma avevano talmente a cuore questo luogo che spostarono il mercato cittadino da San Lorenzo a piazza Mercato. Questa piazza è talmente radicata nell’iconografia popolare che compare in tanti film, tra cui il celebre Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo in cui un trafelato Riccardo Pazzaglia racconta le rocambolesche vicende intorno al suo Cavalluccio Rosso 🙂
Tornando a noi è proprio Piazza Mercato che – prima del Covid-19 – restava illuminata a giorno tutta la notte tra il 5 e il 6 Gennaio, grazie alle tante bancarelle che letteralmente fiorivano di regali e di ogni tipo di dolciume. Tra le bancarelle dei dolci e dei regali, molti anni addietro potevi anche imbatterti in una bancarella molto speciale, legata ad un mestiere ormai scomparso, quello dei venditori del Brod’ ‘e purp’, uno dei piatti di strada più antichi e amati della cultura culinaria partenopea. Fino al 2019, per riscaldarti e rincuorarti durante la lunga notte dell’Epifania partenopea potevi ancora imbatterti nelle bancarelle dei venditori di caldarroste, pizza fritta, per’ ‘o muss‘ e di pesce fritto, storici mestieri ambulanti ora messi in grave crisi dal perdurare dell’emergenza pandemica.
- Venditrice della pizza fritta
- Venditore del Per’ ‘o Muss’
- Venditore di Castagne arrosto
- Venditori di pesce fritto
Il detto dice “l’Epifania che ogni festa porta via”, a Napoli invece è vero solo a metà; se da un lato infatti il 6 Gennaio si concludono le feste natalizie, dall’altro a Napoli prende piede (usiamo non a caso un termine gergale napoletano) la festa di Sant’Antonio (protettore degli infermi e dal fuoco), che culmina il 17 gennaio. Proprio il 6 Gennaio era d’usanza che dall’antica Abbazia di Sant’Antonio Abate che sorge in via Foria, la statua d’argento del Santo fosse portata in processione in tutti i quartieri della città, fino a tornare poi gelosamente sotto custodia il 17 Gennaio.
Questa usanza si è persa nel tempo, ma è ancora viva nella tradizione del popolo partenopeo l’omaggiare la fine dell’inverno con diversi fuochi, ormai realizzati più per gioco, che per fede.
Credits: foto di Andrea Capuano, Piazza Mercato, Napoli 2013.
Autrice_ Chiara Rainaldi, Guyot Media








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