La cucina e il convivio nel film di Paolo Sorrentino È stata la mano di Dio

**spoiler alert (se non hai visto il film, leggi questo articolo dopo averlo visto 🙂 )
“È stata la mano di Dio” è una pellicola fortemente autobiografica di Paolo Sorrentino, capace di colpire al cuore tanti napoletani con la maestria di un racconto che si muove tra le pieghe del mistico e della cruda realtà nella Napoli dell’era Maradona.
Vincitore di due premi alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, il film è candidato per il 2022 agli Oscar e al Golden Globe. Sono inoltre di poche ore fa i più sentiti ringraziamenti di Robert De Niro che ha descritto il film come una vera e propria “storia di formazione”, che riesce a raccontare Napoli come Martin Scorese e Woody Allen hanno fatto per New York.
Il protagonista è Fabio Schisa che interpreta Sorrentino da giovane tra il 1984 e il 1987, liceale del Don Bosco, appassionato di storie e ricco di sogni nel cassetto.
Il racconto si snoda in diverse località: Napoli, Agerola, Roccaraso e Roma (come non luogo: sarà infatti la città verso cui il protagonista partirà per realizzare i suoi sogni da adulto), ma è Partenope il fulcro della storia. Dove tutto inizia è Piazza Plebiscito ove la bella Zia Patrizia viene avvicinata un misterioso benefattore che le farà incontrare il Monaciello a cui chiederà di restare incinta: ma questo racconto pieno di speranza per lei si trasformerà invece per il marito, geloso e violento, nella conferma che sua moglie è impazzita, tanto da farla rinchiudere in un nosocomio.
Il cibo nella pellicola di Sorrentino è un substrato narrativo che aiuta la trama a svilupparsi nei diversi momenti di convivialità secondo la più tipica maniera partenopea, come ci insegna anche il grande maestro Eduardo (leggi il nostro articolo a riguardo). Infatti, luogo importante per il dipanarsi della storia è proprio la cucina della casa vomerese di famiglia Schisa. Qui la madre di Fabio, Marisa Schisa, interpretata magistralmente da Teresa Saponangelo, si confida con la vicina, l’anziana baronessa Focale, prendendosene cura e ricordandoci quanto il dentro e il fuori delle case partenopee sia un confine labile, sempre attraversabile in nome dell’accoglienza e della condivisione. È sempre la cucina il luogo in cui si esprime la cura materna verso i suoi figli. Le arance sono ad esempio il frutto con cui la mamma si prende cura della loro salute quotidiana, ma sono anche i primi oggetti che le capitano tra le mani, che, tra strepitii e urla soffocate, inizia a far vorticare nervosamente in aria quando scopre che la relazione extraconiugale del marito Saverio (Toni Servillo) non è ancora terminata.
È ancora la tavola che diventa il palcoscenico in cui a casa Schisa avvengono i dialoghi tra i coniugi, un luogo di confronto sugli scherzi della madre telefonici che fa ai vicini, ma è anche un luogo di solitudine, quando Marisa allontana il padre dalla casa di famiglia e si confida con Fabio, non più bambino, ma persona in grado di comprendere il difficile rapporto che intercorre spesso tra le coppie sposate.
Il tema della convivialità domina anche le scene estive girate nella meravigliosa villa famigliare di Agerola (che in realtà è la Masseria di Astapiana di Vico Equense), nella Penisola Sorrentina, dove è proprio all’ombra di un lussureggiante agrumeto che si svolge il pranzo di famiglia, momento creato ad hoc per conoscere il nuovo fidanzato della nipote di Saverio. Un incontro davvero surreale, che si apre con la scena della Sig.ra Gentile, una donna-un ossimoro, madre scostante del cognato acquisito di Saverio Schisa, la quale, ingabbiata nella pelliccia regalatale dal figlio grazie ai suoi loschi affari (per cui poi sarà anche arrestato!), affonda le sue dita carnose in una gigantesca mozzarella di bufala, e mentre la divora quasi come un mostro di Goya, distribuisce offese a tutti gli astanti. Sempre ad Agerola la trama si snoda tra i diversi battibecchi familiari e il riposo che impone la stagione estiva, interrotto solo dall’operosità delle donne che in cucina preparano le conserve di pomodoro per l’inverno: nel Sud Italia la realizzazione delle conserve di pomodoro è un vero e proprio evento sociale, come anche descrive bene Domenico Rea in Re Pomodoro.
L’ultimo riferimento al cibo sarà il dopo un pranzo domenicale, trascorso davanti alla televisione in cui poter seguire le mitiche gesta di Maradona, proprio nel momento in cui lo zio di Fabio sarà arrestato (il figlio della Signora Gentile) dalla Finanza.
Il film scorre vorticoso come un fiume fino all’episodio in cui avviene la morte dei genitori di Schisa, nella casa di Roccaraso, a causa di una fuga di monossido di carbonio. Dopo la tragica morte dei suoi genitori la trama si incupisce e scompaiono definitivamente tutti i riferimenti alla cucina, alla convivialità, diventando più intimista: una storia che riguarda esclusivamente i fratelli rimasti soli al mondo. Fabio è un ragazzo, non ancora diventato uomo, che è costretto a confrontarsi con i limiti della propria condizione di orfano e deve decidersi a scegliere come crescere e soprattutto abbandonare i propri sogni da regista oppure no?
Per fortuna la risposta è sotto i nostri occhi, e lo ringraziamo ancora per aver preso il treno per Roma.




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