Tra religione e passione per il cibo: dopo le festività natalizie è tempo di penitenza? Forse sì, ma non a Napoli!

La passione che da sempre caratterizza il popolo napoletano è certamente quella legata alla buona tavola. Ah la buona tavola: croce e delizia per noi appassionati dei piatti tipici della cucina partenopea, da sempre divisi tra i peccati di gola e tentativi (spesso mal riusciti) di astinenza e penitenza. Sì, parliamo di penitenza, soprattutto dopo le feste quando, dopo gli eccessi di Natale aggiunti alla sedentarietà imposta dal lockdown, ci troviamo a riflettere su quante leccornie abbiamo mangiato e quanti grammi abbiamo messo su.

“La comida de pìcaros” di Diego Velasquez, ricordiamo che forte è stata su di lui l’influenza caravaggesca e il pittore Velasquez è stato a Napoli due volte nel 1629 e 1649.
Ebbene cari lettori, possiamo dire che il problema legato agli eccessi culinari e al senso di colpa che deriva dal troppo mangiare siano una sorta di sostrato permanente nella nostra cultura gastronomica e questo è rintracciabile anche nei più antichi proverbi partenopei. A questo riguardo, Roberto D’Ajello ci fornisce un gran numero di espressioni popolari, che ha raccolto nel suo libro “Magna’ e vvévere dint’ ‘e proverbie, effettuando un’opera magistrale di riordino concettuale di tutti i proverbi partenopei legati al mondo della buona tavola, partendo dai detti presenti nello “Cunto de li Cunti” di Giambattista Basile del ‘600 sino ad arrivare sino ai giorni nostri.
Ebbene, tornando al nostro maldestro tentativo di trovare nella Tradizione delle valide motivazioni per rimetterci in linea dopo gli eccessi natalizi, possiamo affermare che a Napoli in realtà… si è talmente appassionati della buona forchetta che l’ingordigia è considerata un peccato minore 🙂 ‘O mmagna’ nun è peccato, e già qui incorriamo in una prima divergenza con la dottrina cristiana ortodossa. Non solo quindi è risaputo in città che la cucina non può in alcun modo rientrare nei peccati capitali, ma sappiamo che ci sono peccati ben più gravi della passione per la tavola, come ad esempio la maldicenza: è peccato chello che esce d’ ‘a vocca e nun chello che trase 🙂 Certo che aspettarci dal popolo inventore della zuppa di cozze, nata appunto da un astuto stratagemma di Ferdinando IV per aggirare l’eccessiva veemenza ecclesiastica sulla dieta astringente della Quaresima (se non conosci la storia, leggi qui)!
D’altronde l’umorismo popolare nei confronti delle pratiche ecclesiastiche si potrebbe ben riassumere nel famoso detto festa n’Chiesa e remmore ‘ncucina, ovvero è innegabile che a ogni festa religiosa segua una lauto pasto o un cenone. I detti certamente sono divertenti, ma ci permettono di comprendere quanto il cibo sia un aspetto indiscutibile della cultura partenopea. Un valore capitale di fronte al quale, ad esempio, anche chi vive in ristrettezze economiche, si indebita pur di festeggiare nel modo giusto. Il rapporto tra denaro e cibo è da sempre un problema che ha afflitto il popolo partenopeo, una tesi più volte riportata dai grandi storici della gastronomia partenopea, come ad esempio Alberto Consiglio in “Sentimento del Gusto ovvero Della Cucina Napoletana” afferma che il napoletano in passato pranzava solo nelle occasioni solenni: quelle familiari e quelle religiose. Di fatti, per tutto l’anno di proroga in proroga (spuzzuliando quello che oggi chiamiamo street food) si arriva ad un lauto cenone o a un pranzo, come ad esempio quello di Carnevale, definito dallo stesso Consiglio un vero e proprio pranzo saturnale: esso è il superamento – sia pure temporaneo – della miseria quotidiana; d’altronde si dice che Primma ‘è Natale nun friddo né famme; dopo Natale friddo e famme, ovvero inizia quel periodo di digiuno fino a Carnevale e poi di nuovo è penitenza per tutta la Quaresima.
Sebbene oggi le cose siano estremamente cambiate, il senso di colpa per gli eccessi gastronomici è più dovuto al proprio stato di salute che a una questione economica vera e propria oppure alla motivazione religiosa. E allora possiamo affermare che l’unico consiglio che vale sempre è il seguente: si te staie atttiento cu ‘o mmagna’ e ‘o vvevére campe chiù a lluongo.
Autrice_ Chiara Rainaldi, Guyot Media




Commenti